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APPELLO


Mezzo di impugnazione concesso dalla legge alla parte per chiedere la riforma totale o parziale di un provvedimento del giudice che essa ritiene ingiusto.
È un mezzo di impugnazione ordinario, in quanto impedisce che la sentenza passi in giudicato, e devolutivo, in quanto comporta un riesame della controversia relativamente alle parti impugnate sicché la nuova sentenza sostituisce quella impugnata.
La disciplina dell'appello avverso le sentenze emesse dal giudice di primo grado è stata significativamente incisa dalla L. 20-2-2006, n. 46 (c.d. legge Pecorella) e dalla successiva sentenza della Corte costituzionale n. 27/2007, a seguito della quale il pubblico ministero può proporre appello nei confronti delle sentenze di condanna e di proscioglimento, mentre l'imputato può appellare le sentenze di proscioglimento solo nel caso di sopravvenienza o scoperta di nuove prove decisive dopo il giudizio di primo grado (art. 593, comma 2, c.p.p.).
L'appello è esperibile nel termine di 15, 30 o 45 giorni a seconda, rispettivamente che la motivazione sia contestuale al dispositivo, depositata nei 30 giorni successivi oppure in un termine ancora più lungo.
La competenza del Giudice dell'appello è ripartita tra la Corte d'Appello e la Corte d'Assise d'Appello.
La sfera di cognizione del Giudice d'appello è più ristretta rispetto a quella del Giudice di primo grado, in quanto si tratta di un mezzo di impugnazione devolutivo, cioè operante nei limiti dei motivi d'appello proposti; inoltre, non tutte le sentenze di primo grado, sia di proscioglimento che di condanna, sono appellabili. In particolare, alla luce del quadro normativo ridisegnato dalla L. 46/2006 e dalla sentenza n. 27/2007 della Corte costituzionale, sono inappellabili:
— le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell'ammenda (art. 593, comma 3, c.p.p.);
— le sentenze di non luogo a procedere emesse in sede di udienza preliminare, per le quali il nuovo testo dell'art. 428 c.p.p. (mod. dalla L. 46/2006) ammette il solo rimedio del ricorso per cassazione;
— le sentenze predibattimentali di proscioglimento pronunciate con la non opposizione delle parti (art. 469 c.p.p.);
— le sentenze di proscioglimento emesse nel giudizio penale davanti al giudice di pace (art. 36 D.Lgs. 274/2000).
Parimenti inappellabili sono:
— per il P.M., le sentenze di condanna emesse in sede di giudizio abbreviato, salvo che queste mutino il titolo del reato; per il P.M. e l'imputato, le sentenze di proscioglimento (art. 443 c.p.p.);
— per il P.M. e l'imputato, le sentenze di patteggiamento, con la possibilità, per il P.M., di impugnativa nella sola ipotesi in cui la pena sia stata applicata dal giudice che abbia ritenuto ingiustificato il suo dissenso (art. 448 c.p.p.).
Il giudice di secondo grado, se appellante è il solo P.M., può operare contra reum e quindi aggravare la qualificazione giuridica del fatto, la specie o la quantità della pena, revocare benefici, nonché mutare l'assoluzione in condanna o semplicemente la formula di proscioglimento. Se appellante è il solo imputato e non anche il P.M., il Giudice incontra il limite del divieto della reformatio in peius, sicché in tema di colpevolezza e di sanzioni può operare solo a favore del reo, con eccezione dell'aggravamento della qualificazione giuridica del fatto, peraltro senza possibilità di aumentare la pena (art. 597 c.p.p.).

 

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