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Infarto non diagnosticato al Pronto Soccorso: quando l’ospedale risponde?

Infarto non diagnosticato al Pronto Soccorso: quando l’ospedale risponde?

Infarto non diagnosticato al Pronto Soccorso: quando l’ospedale risponde?

Se un infarto non viene diagnosticato al Pronto Soccorso, l’ospedale può essere tenuto al risarcimento quando gli accertamenti omessi o le dimissioni premature hanno causato un danno al paziente o ridotto concretamente le sue possibilità di sopravvivenza.

Non basta, quindi, dimostrare l’errore: occorre provare anche il collegamento tra quell’errore e le conseguenze subite.

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Quando la mancata diagnosi di infarto diventa responsabilità dell’ospedale?

Non ogni infarto diagnosticato in ritardo comporta automaticamente una responsabilità sanitaria.

Il punto decisivo è capire se, considerando i sintomi e i dati disponibili al momento dell’accesso in Pronto Soccorso, i sanitari avrebbero dovuto sospettare una sindrome coronarica acuta ed eseguire ulteriori accertamenti.

La responsabilità può emergere, ad esempio, quando il paziente presenta dolore toracico, dolore irradiato alle braccia, nausea, vomito o rilevanti fattori di rischio cardiovascolare e viene dimesso senza gli approfondimenti clinicamente necessari.

In concreto, devono essere verificati tre elementi:

  • una condotta sanitaria negligente, imprudente o tecnicamente inadeguata;
  • un danno effettivo, come aggravamento delle condizioni, invalidità o decesso;
  • il nesso causale tra omissione diagnostica e danno.

L’art. 7 della Legge n. 24/2017, cosiddetta Legge Gelli-Bianco, stabilisce che la struttura sanitaria pubblica o privata risponde, ai sensi degli artt. 1218 e 1228 c.c., delle condotte dolose o colpose dei professionisti dei quali si avvale.

Infarto non diagnosticato: quali errori del Pronto Soccorso possono essere rilevanti?

La responsabilità va sempre accertata sul singolo caso. Alcune omissioni, però, assumono particolare rilievo quando il quadro clinico avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti.

Tra queste possono rientrare:

  • mancata o insufficiente valutazione dei sintomi riferiti dal paziente;
  • mancata considerazione dei fattori di rischio cardiovascolare;
  • errata interpretazione dell’elettrocardiogramma;
  • mancata esecuzione o ripetizione degli esami indicati dal quadro clinico;
  • mancato monitoraggio del paziente;
  • mancata richiesta di valutazione cardiologica;
  • dimissioni premature nonostante elementi compatibili con una possibile patologia ischemica.

ECG e troponina negativi escludono sempre la responsabilità?

No. Un singolo esame non rende automaticamente corrette le dimissioni. La valutazione deve riguardare l’intero quadro clinico, la sintomatologia, i fattori di rischio e l’evoluzione nel tempo.

La Cassazione penale, con sentenza n. 41173/2024, ha esaminato proprio un caso nel quale un paziente con dolore toracico irradiato, precedenti nausea e vomito e ipertensione era stato dimesso dopo ECG e dosaggio della troponina. I giudici hanno valorizzato l’omessa prosecuzione dell’osservazione e la mancata ripetizione degli accertamenti richiesta, nel caso concreto, dalle indicazioni cliniche applicabili.

Il punto, quindi, non è stabilire in astratto quanti esami debbano essere eseguiti, ma verificare se il percorso diagnostico seguito fosse adeguato a quel paziente in quel preciso momento.

Cosa ha stabilito la Cassazione sull’infarto non diagnosticato?

La giurisprudenza ha affrontato direttamente casi di mancato riconoscimento dell’infarto in Pronto Soccorso.

La Cassazione penale n. 16843/2021 ha confermato la rilevanza dell’omessa diagnosi in un paziente arrivato in ospedale con dolore alle braccia e vomito e successivamente dimesso. Secondo la Corte, il nesso causale deve essere verificato attraverso un giudizio fondato sulle evidenze scientifiche ma anche sulle caratteristiche concrete del caso.

Questo principio è fondamentale: non basta affermare che una diagnosi tempestiva avrebbe potuto cambiare l’esito. Occorre ricostruire, con criteri medico-legali, cosa sarebbe ragionevolmente accaduto se il paziente fosse stato correttamente diagnosticato, monitorato e trattato.

In sede civile, infatti, la Cassazione n. 28991/2019 ha chiarito che il danneggiato deve provare il nesso causale tra la condotta sanitaria e il danno, anche mediante presunzioni.

Quando l’ospedale deve risarcire?

Questa tabella consente di distinguere rapidamente una semplice diagnosi tardiva da una possibile responsabilità risarcitoria.

SituazionePossibile rilevanza giuridica
Infarto non diagnosticato ma percorso clinico adeguatoLa responsabilità non è automatica
Sintomi compatibili ignorati o sottovalutatiPossibile responsabilità
Esami necessari omessi o non rivalutati quando indicatoPossibile responsabilità
Dimissione prematura nonostante elementi di rischioPossibile responsabilità
Errore diagnostico senza conseguenze sul decorso clinicoPuò mancare un danno risarcibile causalmente collegato
Diagnosi tempestiva avrebbe evitato o ridotto il dannoPuò sussistere responsabilità risarcitoria
Errore che ha fatto perdere una seria possibilità di esito migliorePuò configurarsi un danno da perdita di chance, se ne ricorrono i presupposti

Infarto non diagnosticato e morte del paziente

Quando il paziente muore, l’accertamento diventa ancora più delicato.

Occorre ricostruire cosa sarebbe accaduto se l’infarto fosse stato riconosciuto tempestivamente. È il cosiddetto giudizio controfattuale: si confronta ciò che è realmente accaduto con lo scenario clinico che, secondo le conoscenze scientifiche, si sarebbe verosimilmente verificato con una condotta corretta.

Non bisogna però confondere il danno derivante dalla morte o dalla perdita anticipata della vita con la perdita di chance di sopravvivenza.

La Cassazione civile n. 26851/2023 ha ribadito che si tratta di categorie differenti. La perdita di chance richiede una possibilità di conseguire un risultato migliore che sia seria, concreta e apprezzabile, non una semplice speranza astratta.

Quali documenti servono per verificare un caso di infarto non diagnosticato?

La valutazione deve partire dalla documentazione sanitaria, non dalle impressioni successive.

È opportuno acquisire:

  • verbale completo del Pronto Soccorso;
  • scheda di triage;
  • elettrocardiogrammi e relativi referti;
  • risultati degli esami ematici, compresa la troponina se effettuata;
  • lettera di dimissione;
  • eventuale documentazione del 118;
  • cartelle cliniche dei successivi ricoveri;
  • precedenti cardiologici rilevanti;
  • certificato relativo alla causa del decesso e, se eseguiti, esame autoptico e accertamenti medico-legali.

La documentazione viene quindi analizzata insieme a un medico legale e, quando necessario, a uno specialista cardiologo, per verificare errore, danno e nesso causale.

La stessa Legge n. 24/2017, all’art. 15, prevede nei giudizi di responsabilità sanitaria il coinvolgimento di competenze medico-legali e specialistiche pertinenti alla materia oggetto dell’accertamento.

Come si chiede il risarcimento all’ospedale?

Una volta verificata la fondatezza medico-legale del caso, è possibile formulare la richiesta di risarcimento nei confronti della struttura sanitaria e degli altri eventuali soggetti responsabili.

Prima della causa civile, l’art. 8 della Legge n. 24/2017 prevede come condizione di procedibilità il ricorso per consulenza tecnica preventiva ai sensi dell’art. 696-bis c.p.c., ferma la possibilità di utilizzare in alternativa il procedimento di mediazione previsto dalla legge.

L’ATP è particolarmente rilevante nelle controversie sanitarie perché consente di sottoporre subito al vaglio tecnico i tre elementi decisivi: errore sanitario, danno e nesso causale.

FAQ sull’infarto non diagnosticato al Pronto Soccorso

Se il Pronto Soccorso mi dimette e poche ore dopo ho un infarto posso chiedere il risarcimento?

Sì, può esserci spazio per una richiesta risarcitoria, ma la vicinanza temporale da sola non basta. Bisogna verificare se al primo accesso fossero già presenti sintomi o dati che richiedevano ulteriori accertamenti e se una diagnosi tempestiva avrebbe evitato o ridotto il danno.

Un elettrocardiogramma inizialmente non decisivo giustifica le dimissioni?

Non necessariamente. L’ECG deve essere valutato insieme ai sintomi, agli esami ematici, ai fattori di rischio e all’evoluzione clinica. In determinate condizioni può essere necessario mantenere il paziente in osservazione ed effettuare ulteriori controlli.

Se l’infarto viene scambiato per gastrite, ansia o dolore muscolare l’ospedale è responsabile?

La diagnosi alternativa non costituisce da sola prova di negligenza. La responsabilità può emergere quando quella diagnosi è stata formulata senza escludere adeguatamente, alla luce del quadro concreto, una possibile origine cardiaca dei sintomi.

Posso chiedere un risarcimento se sono sopravvissuto all’infarto ma il ritardo ha danneggiato il cuore?

Sì, se la valutazione medico-legale dimostra che il ritardo diagnostico ha provocato un aggravamento evitabile, ad esempio maggiori conseguenze cardiache o un’invalidità che una diagnosi tempestiva avrebbe evitato o ridotto.

I familiari possono agire se il paziente muore dopo essere stato dimesso dal Pronto Soccorso?

Sì. I familiari possono far valere, quando ne ricorrono i presupposti, i danni subiti direttamente per la perdita del rapporto parentale e gli eventuali diritti risarcitori trasmessi agli eredi. Le singole voci di danno e i relativi presupposti devono però essere valutati separatamente.

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